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Archivi per la categoria ‘ragionamenti’

Dinamiche di produzione e di PMI

Diciamo pure una cosa: noi imprenditori una cosa come questa dovremmo fare di tutto per ottenerla.
E diciamone un’altra: noi giovani imprenditori, e magari piccoli imprenditori, dovremmo prendere e partire per quella fabbrica lì e andare a studiare come funziona, e come possiamo replicare lo stesso modello nelle nostre aziende.
Il punto è che migliorare la qualità della vita e del lavoro delle persone che lavorano con noi e per noi è un obiettivo importante all’interno di un’azienda.
Inoltre un’impresa che è capace di organizzare la produzione in questo modo così flessibile e al contempo così esatto, ha sicuramente affrontato una razionalizzazione del ciclo produttivo che ha certamente portato ad una riduzione dei costi di produzione. Per cui la differenza la vedi anche nel portafoglio.
La questione relativa all’orario di lavoro – e parlo più che altro per le piccole e medie imprese – è decisamente annosa. Nelle imprese in cui l’imprenditore è a stretto contatto con il dipendente, infatti, la tendenza è quella di portare lo stesso impegno per l’azienda “del capo” anche ai dipendenti, poiché vi è aderenza e spesso anche tale complicità che si confondono i ruoli. Leggi il resto di questo articolo »

Mezzi flop, inutili hype.

A cinque giorni dall’evento Apple del 27 gennaio in rete “impazzano” (erano mesi che cercavo il modo di scrivere ’sto verbo, finalmente è arrivato e posso riprendere a postare) le previsioni, i rumor rispetto al possibile annuncio del Tablet Apple, sul quale c’è evidentemente stata la più grossa fuga di notizie che Apple ricordi da quando è nata, o giù di lì.
È assolutamente, infatti, nei binari della tradizione Apple il mantenere la massima riservatezza rispetto ai piani e alle uscite future, per poi stupire il pubblico con i propri prodotti. Jobs stesso ha espresso chiaramente durante un recente keynote il fastidio per una fuga di notizie dovuta all’uscita di un accessorio (mi pare per un iPod nano) prima dell’uscita del prodotto stesso. Non so se quella azienda possa esporre ancora il marchio ufficiale “made for iPod” sui suoi prodotti. Leggi il resto di questo articolo »

L’inutilità dei grandi sogni

Ho una passione divertita per i film ambientati nel ‘68. Ne ho visti alcuni, direi parecchi, e sempre con gusto e con un’attenzione agli intenti del racconto differente rispetto al gusto della visione cinematografica classica. Non mi godo tanto il film, quanto cerco di comprendere cosa l’autore intende dirmi: una cosa che, nonostante sia stato un mio vizio anni fa, complice il mio mestiere, non faccio – quasi – più. Il punto è che la cosa che più mi diverte nel cercare di comprendere e di conoscere il più possibile quegli anni, e mi diverte intellettualmente in modo anche un poco noioso se visto dall’esterno, nello studiare i passaggi storici, è soprattutto il fatto che io – tutti noi – so come è andata a finire. Questo film di Placido mi offre uno spunto per un piccolo e sicuramente non originale delirio che non potevo fare a meno di annotare.
Ci deve essere stato inevitabilmente un errore grossolano nell’epoca della contestazione se oggi ci ritroviamo di fronte ad una società che sembra pre-sessantottina, che non ha recepito di quell’esperienza a quanto pare proprio nulla, se non si è fatto quel salto di qualità necessario per costruire un tessuto sociale maturo e consapevole delle proprie possibilità, dei propri diritti, dei propri limiti. Leggi il resto di questo articolo »

A-Social Network

Per quale motivo l’universo internettiano sia così ostinatamente attaccato al flame non riesco a capirlo.

Ho avuto modo di bazzicare per anni (che sarà stato, il 1996-7) su Usenet, su svariati gruppi: it.arti.cinema, it.media.video.produzione, poi it.computer.macintosh, e ancora altri. Con un paio di nickname diversi, non nel senso del morphing ma proprio per un cambio di approccio e di interessi (quando scrivevo su IACine avevo altri interessi da quando ho iniziato a scrivere su ICM, cosa che è successa svariato tempo dopo).

Mi sono allontanato da Usenet quindi un paio di volte. La prima perché risultava troppo rissosa per chi avesse almeno qualcosa da fare per riempire le proprie giornate. La seconda per lo stesso identico motivo: se devo dare retta al flame di turno non ce la faccio di sicuro a lavorare. Ultimamente frequento Usenet a sprazzi. Comunque su Usenet stessa ho avuto modo di apprezzare, vivere direttamente, scontri più o meno pesanti. L’ultimo grosso scontro ha rotto svariate amicizie, anche IRL, e mi ha colpito personalmente anche con relative conseguenze professionali, o almeno ci ha provato sebbene non riuscendoci. Ho avuto modo una volta di più di stupirmi della facile rissosità di alcuni personaggi davanti ad un monitor, e alcuni di questi ancora oggi a svariati anni di distanza, dopo aver fondato spazi di proprietà dove possono saggiamente selezionare chi non la pensa esattamente come loro, vomitano insulti verso la mia persona, o almeno quando possibile verso il mio nickname. Ammetto di aver più volte ragionato sulla necessità di avvisare la Procura della Repubblica in merito (soprattutto dopo i tentativi di crearmi problemi professionali), ma non l’ho mai fatto effettivamente, visto che ho ben altri modi per perdere tempo.

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No, non c’avevo mai pensato

Poi mi sento ingenuo, quando leggo queste cose. Ma proprio ingenuo, uno che non sa come va il mondo. No è che sinceramente non ci avevo davvero mai pensato. Non in questi termini.

Parlavo l’altro giorno non-mi-ricordo-con-chi, del mio viaggio di due anni fa in Malawi e si diceva che si, insomma se dovesse succedere qualcosa con la polizia tuttalpiù metti mano al portafoglio e risolvi la questione, è difficile che vai a scontare i decenni di galera che dovresti secondo leggi un po’ assurde.

Ecco, non è certo un bene, questo, quando giudichi una Nazione, avere quest’idea.

Non ci ho mica mai pensato che potesse succedere la stessa cosa in Italia, eppure le magagnacce schifose di questo Paese ce le ho ben presente, di sicuro non sono nella media del torpore generale. Però non ci avevo mai pensato. Per cui oggi mi sento ancora di più un abitante di un Paese del terzo mondo. Forse è anche un bene che uno non se l’aspetti, perché in questo modo ne percepisce di più il peso effettivo, più di quando alle cose poi ti abitui, te le aspetti, e non le senti più.

Eppure li conosco bene i traffici degli immigrati, so di cosa si parla.

Boh non so, però non c’avevo mai pensato. Non in questi termini.

Non dipende dagli ingredienti, la maionese, se non stai attento, impazzisce.

Prendi il complesso della storia del rock che più è intervenuto pesantemente sul modo di fare musica dopo i Beatles. Prendi un periodo della storia della musica in cui si è contaminato, esplorato, tentato, provato, raggiunto. Prendi un repertorio meraviglioso, una band storica, idee, tante idee. Prendi poi un gruppo di musicisti jazz a livelli altissimi, lascia che si confrontino con questo repertorio. Smonta tutto e lasciali rimontare, decostruisci, destruttura, lavora sulla sottrazione, o sul barocco, lavora sulle armonie, sugli arrangiamenti. Ancora prendi uno dei pochi contributi romani al mondo della musica degli ultimi cinquant’anni. Un capolavoro di architettura costruito da una firma di importanza mondiale. Un tempio, vero e proprio, un tributo a tutta la musica, pop come classica, senza differenze. La ricetta sembra promettere benissimo, la strada sembra illuminata. Ma.

Prosegue la serie “Auditorium, che passione”, a quanto pare.
Faccio bene ad essere pigro, generalmente, a starmene a casa e a tenermi i soldi in tasca se l’alternativa è attrezzarsi per versamenti di bile di vario tipo per come viene trattato, gestito, un evento culturale in quello che vorrebbe essere il “tempio” della musica romana.
E invece no, attratto da un cast eccezionale e dal brand Castaldo & Assante, ieri sera pieno di entusiasmo sono entrato nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Potevo starmene a casa.

L’evento è strutturato così: lezione di Castaldo (Assante non c’era, non è venuto), e poi concerto di Rita Marcotulli. Mica Bruscolini eh. Ma non da sola, con un’ensamble davvero notevole.
Io vorrei essere, visto che tanto s’è capito che mi lagnerò, il più breve possibile, quindi cerco di schematizzare e divido in sezioni.
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“Vi Ammoro” o “del concerto di Antony And The Johnsons”

Copertina Album The Crying LightQuando: 29 marzo 2009

Dove: Roma, Auditorium Parco della Musica

Chi: Antony And The Johnsons

Cosa: Live

Insomma, quando si dice sold out si dice sold out. Poi bisognerebbe capire per quale motivo un evento è esaurito. Magari perché vi è un pubblico davvero interessato, magari perché l’evento è un evento storico. O magari, più semplicemente, perché l’evento è di moda, è “qualcosa di cui parlare”. Un po’ queste erano le premesse ieri sera nei minuti immediatamente precedenti il concerto in questione nella sala S. Cecilia dell’Auditorium di Roma. Orario d’inizio previsto alle 21, effettivo alle 21.15: la maggioranza delle persone è entrata in sala proprio alle 9, preferendo prima, forse, farsi vedere in giro al grido di “hai visto? ci sono anche io”. Qualche “personalità” sparsa per la sala, qualcosa da dare in pasto alla cronaca mondana del Messaggero. Poi si spengono le luci.

Il mio umore è molto “di attesa”. Non sono un fan appassionato di Antony, per quanto conosco qualcuno dei suoi brani (abbastanza per stancarmi del canto un po’ lamentoso della maggior parte dei suoi pezzi), un paio di dischi ascoltati non distrattamente ma nemmeno con l’attenzione che si presta davanti al capolavoro del secolo. Temo, lo ammetto, di sentire la noia sebbene la mia curiosità e il mio interesse per la musica in genere mi rasserenava abbastanza: ciò che andavo ad ascoltare non è certo musica che non offre spunti di riflessione, e le numerose sedie sul palco mi tranquillizzavano: non sarebbe stato due ore di pianoforte e voce lamentosa.

Si spengono completamente le luci.

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La forza della gravità.

In realtà tutta questa faccenda dei preservativi in Africa è un po’ più complessa di come la si riduce, a quanto ho capito io.
Partiamo dal principio che le parole del Papa sono quanto di più aberrante si possa dire in merito, che i suoi argomenti si tengono in piedi con lo scotch della fede, per cui neanche mi ci metto a discuterli, io che fede non ho.
Mi interessa invece molto di più la questione relativa alla reazione della comunità internazionale in merito, e soprattutto a come viene affrontato il problema.
Due anni fa ho fatto un viaggio in Malawi per produrre questo film e ho avuto modo di discutere la questione AIDS con figure della nazione all’altezza del problema e con una conoscenza dell’ambiente in cui vivevano sicuramente superiore al Papa ma, temo, anche superiore a numerosi commentatori da prima pagina.
Piccola cartolina riguardo il Malawi. Come dice Wikipedia il Malawi ha un’aspettativa di vita sui 45 anni, e la maggior parte della popolazione adulta è affetta da HIV. Detta con parole nostre è un Paese falcidiato dall’AIDS. Ho avuto modo di visitare diversi villaggi popolati esclusivamente da malati di HIV, poiché questi venivano spesso allontanati dal villaggio originario, e potevano solo riunirsi in comunità per cercare di sopravvivere. Coltivare la loro terra che sarebbe servita solo a loro, mangiare i loro polli, da loro stessi allevati. Nessuno o quasi nessuno scambio col mondo esterno, per le persone che hanno la malattia manifestata. Parliamo di un Paese dove – soprattutto nei villaggi – l’AIDS è vissuta come una fattura fatta da un “mago” o “stregone” (scusate, davvero non ricordo la parola da loro usata) “nemico”, dove lo stregone del tuo villaggio pretende di curarti, e non ci riesce, e i malati non vanno da nessun medico, e intanto la malattia avanza. E lo stregone continua a farsi pagare per curarsi, e sempre non ci riesce, e nessuno va dal medico. E la malattia ti uccide.
I preservativi – a detta delle persone che abbiamo intervistato – non sono la soluzione. Possono esserlo al limite nelle città. Ma le città non sono sempre il punto forte del problema. Il preservativo è una soluzione perfetta per l’occidente, molto meno per il Malawi. Nei villaggi non vi sono contenitori dei rifiuti: non esistono proprio i rifiuti. Questi preservativi usati dove andrebbero messi? Chi si occuperebbe di raccoglierli ed eliminarli, portarli da qualche parte dove non possano essere presi per gioco da bambini ignari (cosa che accade tutti i giorni)? Parliamo di un Paese che vede il sesso come un tabù (e non ci scandalizziamo, basti pensare alla RAI di trent’anni fa o anche al Sanremo 2009 per capire che non è che noi siamo molto lontani), dove non esiste dialogo su certe questioni all’interno della famiglia. La maggior parte dei possibili utenti di un preservativo finirebbe per riutilizzare lo stesso preservativo più volte.
Insomma: il discorso è insidioso. I condom qualcosa stanno facendo, ma fa molto di più la cultura, l’informazione. Agire lì dove la società, per propri limiti culturali temporanei, quelli che si superano grazie alle contaminazioni con altre società, non riesce ad agire. Imporre un elemento esterno come può essere un preservativo non è la soluzione.
La Signora Vera Chirwa, attivista Malawita per i diritti delle donne, donna che ha studiato nel Regno Unito, e poi – tornata in Malawi e iniziata l’attività politica – si è fatta 30 anni di carcere insieme al marito durante la dittatura, dice che la soluzione è l’astinenza, non il preservativo. L’astinenza sessuale, ma non per motivi religiosi o chissà cos’altro. L’astinenza e la fedeltà sono l’unica soluzione, secondo lei, al problema AIDS, l’unico modo per ricominciare a creare una generazione di Malawiti non affetti da HIV, e far scomparire il virus.
Olipa Misomali, volontaria di Action Aid, nata in città (Lilongwe) e poi trasferitasi a Salima per lavorare con Action Aid, dice che i preservativi qualcosa stanno facendo, soprattutto nelle generazioni più giovani, e nelle città. Sembra che il grafico dell’AIDS si stia fermando, che si stia stabilizzando. Già questo sarebbe un risultato. Ma sempre secondo lei più di questo difficilmente i preservativi faranno.

Tutto questo è nel film, mi piacerebbe metterlo online se non avessi il limite SIAE.

Insomma, andiamoci piano, il problema va visto da vicino: da lontano le soluzioni ci sembrano di una semplicità disarmante, poi quei posti li vedi da vicino e ti rendi conto che così non è.
Il Malawi non ha più un esercito per via dell’AIDS, nel senso che non ci sono abbastanza soldati sani: il problema lo vivono tutti i giorni vedendo cadere i loro vicini di casa, i loro cari, nella morsa della malattia. Io non ho la soluzione, e non so se altre soluzioni proposte possono aiutare, quello che so è che le parole del Papa sono gravi perché agiscono proprio a livello culturale, lì dove questi paesi vivono un blocco effettivo e non facilmente superabile. Per questo sono da condannare, al di là dello strumento. Lo strumento è un’altra cosa, ma è importante far continuare a lavorare chi sta facendo già un ottimo lavoro in quelle terre, magari parlando con chi quel dramma lo vive, tutti i giorni.