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Ardui confronti
È uno di quei film che alla fine dei conti è un po’ sfortunato. È tratto da un libro molto bello, e nonostante questo non è deludente. Meno amaro, più americano e meno inglese, troppo meno inglese, con delle sensibili variazioni della colonna sonora (nel film si perde lo spettacolare brano di Solomon Burke linkato sotto, e tutto quello che significa quel brano nel libro), molto più mieloso. Però è carino, una commedia romantica a cui si rimane affezionati, anche e forse soprattutto perché ci ricorda il libro. Ho amato molto Alta Fedeltà (il libro), e il film è stata una piacevole visione quando mi è capitata. Ha delle scene ottime, e poi Jack Black. Stamattina mi sono svegliato con questa scena in mente.
Meraviglia [Elio E Le Storie Tese, 13 febbraio 2010]
Ebbene, sabato sera sono andato a vedere il concerto di EELST all’Auditorium (parco della musica, gli scarafaggi insomma) di Roma.
Basterebbe questo per chiudere, ma probabilmente va anche detto che era in assoluto la prima volta per me ad un concerto degli Elii.
Ecco, davvero, mi fermerei qui, perché sono praticamente certo di non riuscire a trovare il modo più corretto per raccontare il livello qualitativo di quanto ho ascoltato sabato sera.
Partiamo col dire che non sono propriamente un fan di Elio. Non che non lo apprezzi, anzi, lo apprezzo moltissimo e apprezzo tutti loro moltissimo. Ma non sono una Fava, non sono uno di quelli che conosce tutti i pezzi a memoria, che li segue dal principio, che non ha mancato un disco. Ho, nella mia libreria di iTunes, una certa quantità di brani di Elio, quelli che preferisco tra quelli che conosco. Si tratta di 53 brani, alcuni di questi presi dal cd del cuggino (nello specifico Eat the Phikis, 3 brani), altri comprati su iTunes.
Il punto è che a parte il piacere e il divertimento nell’ascoltare la maggior parte di questi, ho sempre apprezzato in massima parte la qualità compositiva ed esecutiva delle loro canzoni. Ma questa non è in discussione: tutti sanno che gli Elii sono musicisti eccezionali, e non c’è nulla di più scontato nel ripeterlo. Leggi il resto di questo articolo »
Non dipende dagli ingredienti, la maionese, se non stai attento, impazzisce.
Prendi il complesso della storia del rock che più è intervenuto pesantemente sul modo di fare musica dopo i Beatles. Prendi un periodo della storia della musica in cui si è contaminato, esplorato, tentato, provato, raggiunto. Prendi un repertorio meraviglioso, una band storica, idee, tante idee. Prendi poi un gruppo di musicisti jazz a livelli altissimi, lascia che si confrontino con questo repertorio. Smonta tutto e lasciali rimontare, decostruisci, destruttura, lavora sulla sottrazione, o sul barocco, lavora sulle armonie, sugli arrangiamenti. Ancora prendi uno dei pochi contributi romani al mondo della musica degli ultimi cinquant’anni. Un capolavoro di architettura costruito da una firma di importanza mondiale. Un tempio, vero e proprio, un tributo a tutta la musica, pop come classica, senza differenze. La ricetta sembra promettere benissimo, la strada sembra illuminata. Ma.
Prosegue la serie “Auditorium, che passione”, a quanto pare.
Faccio bene ad essere pigro, generalmente, a starmene a casa e a tenermi i soldi in tasca se l’alternativa è attrezzarsi per versamenti di bile di vario tipo per come viene trattato, gestito, un evento culturale in quello che vorrebbe essere il “tempio” della musica romana.
E invece no, attratto da un cast eccezionale e dal brand Castaldo & Assante, ieri sera pieno di entusiasmo sono entrato nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Potevo starmene a casa.
L’evento è strutturato così: lezione di Castaldo (Assante non c’era, non è venuto), e poi concerto di Rita Marcotulli. Mica Bruscolini eh. Ma non da sola, con un’ensamble davvero notevole.
Io vorrei essere, visto che tanto s’è capito che mi lagnerò, il più breve possibile, quindi cerco di schematizzare e divido in sezioni.
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“Vi Ammoro” o “del concerto di Antony And The Johnsons”
Quando: 29 marzo 2009
Dove: Roma, Auditorium Parco della Musica
Cosa: Live
Insomma, quando si dice sold out si dice sold out. Poi bisognerebbe capire per quale motivo un evento è esaurito. Magari perché vi è un pubblico davvero interessato, magari perché l’evento è un evento storico. O magari, più semplicemente, perché l’evento è di moda, è “qualcosa di cui parlare”. Un po’ queste erano le premesse ieri sera nei minuti immediatamente precedenti il concerto in questione nella sala S. Cecilia dell’Auditorium di Roma. Orario d’inizio previsto alle 21, effettivo alle 21.15: la maggioranza delle persone è entrata in sala proprio alle 9, preferendo prima, forse, farsi vedere in giro al grido di “hai visto? ci sono anche io”. Qualche “personalità” sparsa per la sala, qualcosa da dare in pasto alla cronaca mondana del Messaggero. Poi si spengono le luci.
Il mio umore è molto “di attesa”. Non sono un fan appassionato di Antony, per quanto conosco qualcuno dei suoi brani (abbastanza per stancarmi del canto un po’ lamentoso della maggior parte dei suoi pezzi), un paio di dischi ascoltati non distrattamente ma nemmeno con l’attenzione che si presta davanti al capolavoro del secolo. Temo, lo ammetto, di sentire la noia sebbene la mia curiosità e il mio interesse per la musica in genere mi rasserenava abbastanza: ciò che andavo ad ascoltare non è certo musica che non offre spunti di riflessione, e le numerose sedie sul palco mi tranquillizzavano: non sarebbe stato due ore di pianoforte e voce lamentosa.
Si spengono completamente le luci.


