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L’inutilità dei grandi sogni

Ho una passione divertita per i film ambientati nel ‘68. Ne ho visti alcuni, direi parecchi, e sempre con gusto e con un’attenzione agli intenti del racconto differente rispetto al gusto della visione cinematografica classica. Non mi godo tanto il film, quanto cerco di comprendere cosa l’autore intende dirmi: una cosa che, nonostante sia stato un mio vizio anni fa, complice il mio mestiere, non faccio – quasi – più. Il punto è che la cosa che più mi diverte nel cercare di comprendere e di conoscere il più possibile quegli anni, e mi diverte intellettualmente in modo anche un poco noioso se visto dall’esterno, nello studiare i passaggi storici, è soprattutto il fatto che io – tutti noi – so come è andata a finire. Questo film di Placido mi offre uno spunto per un piccolo e sicuramente non originale delirio che non potevo fare a meno di annotare.
Ci deve essere stato inevitabilmente un errore grossolano nell’epoca della contestazione se oggi ci ritroviamo di fronte ad una società che sembra pre-sessantottina, che non ha recepito di quell’esperienza a quanto pare proprio nulla, se non si è fatto quel salto di qualità necessario per costruire un tessuto sociale maturo e consapevole delle proprie possibilità, dei propri diritti, dei propri limiti.
Non penso di poter davvero dire nulla di nuovo sull’argomento, e non penso che sia possibile dire alcunché. Trovo il sessantotto italiano una buffonata, alla fine dei conti. Anche e soprattutto vedendo ad oggi quei sessantottini cosa fanno, di cosa parlano, come si pongono. Di cosa fanno parte, che mondo contribuiscono a costruire. Tutti, in un modo o nell’altro, soprattutto coloro i quali hanno scelto di far parte di un’élite (culturale, politica, artistica o che so io) sono stati costretti a rivedere le loro stesse convinzioni, e anche chi non lo ammette e non lo ammetterà mai, nei fatti stessi non fa altro che pugnalare il se stesso ventenne che strillava slogan al tempo non triti come oggi. Chi ha scelto, o è riuscito, di rimanere fedele a se stesso spesso non ha fatto fine migliore, coinvolto in vicende delle quali sarebbe bene tacere, per cecità politica e inconscio strumento armato non certo dei propri ideali.
Ci sarà sicuramente un’altra categoria. Coloro i quali – magari ancor più di sinistra – il sessantotto non l’hanno fatto. E non per qualche snobismo, ma perché non particolarmente amanti delle folle fluenti con una voce sola. Perché forse persone più riflessive, più abituate mentalmente alla discussione che non al corpo unico combattente, alla manifestazione di piazza, persone che all’indomani della battaglia di Valle Giulia si sono ritrovati con profonda convinzione nelle parole del famoso articolo di Pasolini più che in quel conflitto così evidentemente borghese, sebbene di quella borghesia arrampicata, sfinita, nel cercare di motivare in se stessa un movimento antiborghese, quasi fosse un’espiazione.
Mi chiedo: cos’è rimasto di quel vento di nuovo che spirava soltanto quarant’anni fa, tutto sommato giovane, fra gli operai e gli studenti. Dov’è finito il borghese che tende la mano al bracciante rassicurandolo sul proprio aiuto per le sue battaglie, anzi spingendolo a combattere per i propri diritti.
Possibile che in così poco tempo si sia tutto rivelato un’illusione, possibile che non esista più tessuto connettivo fra quelle classi sociali e quella élite che adesso dovrebbe essere al potere, che dovrebbe essere la classe dirigente del Paese?
C’è qualcosa che non va, se oggi l’operaio del nord vede più nella Lega che nel sindacato un proprio amico, e questo non è certo cosa nuova.
Il fatto è che, ed è questa l’amara conclusione a cui sono giunto, sostanzialmente di quei diritti di cui andavate parlando, per i quali ostentavate rabbia e voglia di combattere, forse non fregava proprio nulla a nessuno. Si, taluni sono morti, altri hanno combattuto. Ma forse più spinti da un desiderio di azione che di conquista effettiva. Mi guardo intorno e vedo un popolo che rispetto ad un secolo fa abdica volontariamente ad una libertà di pensiero e di giudizio dell’esistente. E questo nonostante un’alfabetizzazione sicuramente maggiore a quella dell’Italia del 1968. Cos’è successo? Com’è possibile che in fin dei conti l’università di massa non abbia creato altro che un grande mostro, idealista ma ben poco concreto, dell’arrivo al vertice per tutti? C’era forse bisogno di una laurea per ogni cittadino, c’è abbastanza posto su questo benedetto vertice, o c’era forse bisogno di un progetto di costruzione di un tessuto sociale, che favorisse – senza dubbio – il famoso ascensore, la possibilità concreta per il figlio dell’operaio di diventare un professionista di successo, ma che, soprattutto, fosse molto meno idealista e ben più concreto? Dove avete sbagliato?
La verità, mi pare, è che a tutt’oggi ci guardiamo intorno e non ritroviamo nulla di quegli ideali, né di quelle persone. Solo quarant’anni dopo è tutto diluito e ci piace guardarlo nei film o immaginarlo in tv solo per una sorta di “come eravamo”, di nostalgia di bassa lega. Il film e i libri sulla contestazione si sprecano, come a cercare di ripetere, come in un mantra, che ce l’abbiamo messa tutta, quasi fosse uno scaricare le colpe: io ci ho provato, ci ho messo il cuore. E non è vero, e lo sapete voi ben più di quanto possa saperlo io.
O è l’Italia, che è così, fatta di grandi fiammate momentanee, troppo alte per poter lasciare effettivamente traccia, così come la fiammata di un gas in combustione fa molta luce e colore per così poco tempo, e non lascia alcuna traccia.
La linea della storia dall’Unità ad oggi vede fin troppi esempi, e vede una totale e concreta mancanza di crescita della società, come se – fatti salvi i mezzi, la tecnologia – si tornasse sempre al punto di partenza.
Ogni volta con un pezzetto di coscienza, di consapevolezza, di meno.
La situazione è grave ed è seria: un individualismo becero domina ormai qualunque ambito della società e si è completamente rinunciato a costruire un progetto sociale. Un popolo non è unito per ideale divino, lo è perché condivide una base concreta. Cosa condividono le circa sessanta milioni di italie?  Non posso fare a meno di pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato, anche in quella contestazione. Intendo nel progetto, non solo nei tanti, tantissimi metodi completamente sbagliati.
E che nessuno storico mi abbia ancora rassicurato sul fatto che quei braccianti e quegli operai e quelle donne, questa figura femminile oggi così avvilita da così tante parti, volevano essere effettivamente “liberati”, e com’è mai possibile che i padri ai figli, le madri alle figlie (o viceversa, o quel che è) non abbiano trasmesso quel lume, quella consapevolezza. E tutto si sia perso in una inutile vampata.

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