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Il valore invisibile

Iniziamo col dire che tutto ciò che c’era da dire l’ha già detto Sasaki
La massa di CEO-per-una-notte che dall’alto della quantità delle indagini di mercato, ricerche, prototipi, lavoro progettuale, sviluppo, lavoro preparatorio, ha le idee superchiare su quello che doveva fare l’iPad, come lo doveva fare e sulle funzioni superessenziali mancanti, francamente non mi interessa (se non per farmi girare le palle un po’ così a piacere quando non ho nulla da fare).
Mi concentrerei un momento, invece, su un tema che ho sentito in giro anche da persone, direi quasi colleghi, che si occupano di marketing, di prodotti nell’ambito digitale, e che, forse cercando di mostrarsi particolarmente smart e “io no, stavolta non ci casco”, purtroppo si dimostrano non più attenti nelle loro piatte e inutili analisi di un commentatore da bar o di repubblica.it.
Parlo di coloro i quali da ieri sera alle 19.05 (ossia ancora prima dell’annuncio dell’iPad) dichiarano: “se accappì avesse fatto questo stesso prodotto diremmo che fa pena”, e che con questa frase dimostrano o di non essere granché come insegnanti dei vari master a cui partecipano, o per lo meno, ora che Apple è definitivamente un fenomeno di massa, di non voler parlare pubblicamente del vero valore che oggi ha un prodotto come iPad, il valore invisibile.
Innanzitutto possiamo dire con totale serenità che HP, come il 95% delle aziende sue concorrenti, non ha mai sviluppato soluzioni che rivoluzionassero l’interfaccia utente, e questo perché non ha mai lavorato sul design in un modo avvicinabile al modo in cui ci ha lavorato Apple stessa. È una questione di attenzione al concetto. Dove moltissimi, direi tutti, pensano che il design è un aspetto del prodotto, Apple ha sempre pensato come filosofia di base che il design fosse il prodotto stesso, ossia parte sostanziale del modo in cui il prodotto si pone nei confronti dell’utente. Ive non è uno sprovveduto. Il design non è solo la forma dell’oggetto (e basta leggersi o guardarsi un’intervista ad Ive per comprenderlo). È stata questa attenzione a permettere di creare una quantità quasi non misurabile di rivoluzioni nel mondo dell’interfaccia utente a partire dal mouse, dall’interfaccia grafica, a chiudersi con il multitouch. Non tutto è stato creato da Apple? Alcune soluzioni sono state acquistate da altre aziende? Mi sta benissimo, siamo sempre lì: quanta ricerca fai in quel campo, Apple ha già dimostrato di saper ribaltare il tavolo.
Ma il valore invisibile di cui invece voglio parlare, e che è il vero valore aggiunto di un prodotto Apple anche a parità di ricerca, sviluppo, e interfaccia di un prodotto HP, è l’ecosistema all’interno del quale si inserisce quel prodotto, che non è a sé stante, né è creato dall’utente (che lo inserisce in un suo ecosistema casalingo), ma offre quotidianamente supporto, prodotto e servizio all’interfaccia di quell’ambiente, ossia l’iPod, l’iPhone, l’iPad, l’AppleTv, e di seguito e chiaramente anche i Mac.
È qui che mi stupiscono i grandi docenti di marketing, che non si rendono conto che non è più l’epoca delle sole features, è anche e soprattutto l’epoca nella quale chi produce mi permette l’accesso ad una quantità di risorse online, chiaramente tariffate (che non c’è affatto niente di male) grazie alle quali la mia interfaccia si arricchisce continuamente. Il valore dell’ecosistema è altissimo, e se ne sono resi conto coloro i quali oggi stanno cercando di recuperare quel gap (vedi le console, o il marketplace di Android, o OviStore), malamente creato. L’importanza dell’ecosistema è anche semplicemente delineata dal fatto che un ecosistema efficiente e innovativo supera il prodotto, poiché quando l’utente ci si confronta, nel momento in cui è soddisfatto tende a non andarsene, anche se il prodotto non è il massimo di quello che puoi trovare sul mercato. Per capire le occasioni mancate basta pensare alla posizione di Sony, in fine anni 90 o nei primi duemila. Grande studio cinematografico, major discografica, produttrice di elettronica, leader nelle piattaforme per il gaming, leader nel campo dei riproduttori musicali portatili, entrata nel mercato dei cellulari tramite joint venture con Ericsson, produttrice di computer, e qualcos’altro che sicuramente dimentico. Insomma presente a occhio e croce nel 90% dei campi in cui oggi è leader Apple, e in massima parte con posizioni di leadership. Inoltre player importante in una quantità di altri mercati in cui Apple non è presente, con la possibilità di creare integrazioni ancora maggiori.
Per esemplificare uno degli errori di Sony è stato Atrac3, che ha bloccato una buonissima idea, economica e intelligente, come era il NetMD, nato quando un iPod costava 500 milalire, posizionato intorno alle 300 mila lire, codec tramite il quale era necessario passare per poter caricare un mp3 su questo primo Minidisc collegato via usb al proprio computer, ma giusto per fare un esempio.
Il vero errore di Sony è stato non saper creare un ecosistema, mettere in comunicazione Pictures con Music, con Vaio o quel che è, creare un unico ambiente a disposizione dell’utente. Hai detto niente.
Ecco perché iPad non può essere paragonato con nessun prodotto di nessuna altra casa, perché Apple ha saputo costruire un ecosistema caldo, comodo, efficace, funzionale, fatto di contenuti free e di contenuti a pagamento, un posto dove posso scegliere, un posto dove ho tutto a disposizione, e nessun altro produttore, che ha forse invece disperso un po’ le risorse in passato, si è orientato in questa direzione negli ultimi dieci anni, chi può rincorre, e rincorre male (provate OviStore e poi ditemi se è qualcosa che può rilasciare il leader mondiale del mercato telefonia mobile).
Alle mie lezioni di marketing digitale parlo spessissimo del valore dell’ecosistema, e l’unico esempio che riesco a portare così completo è proprio quello di Apple, e più volte qualche studente s’è alzato in piedi e mi ha dato del fanboy, acritico. E ogni volta l’ho invitato a vedere insieme i dati di fatto, i numeri, i profitti, i risultati. E a metterli a paragone con altre aziende.
Sono un fanboy? No, onestamente non mi ci sento. Ma ammiro Apple e chi segue la sua strategia, chi la traccia, perché ha creato qualcosa che altri che ne avevano modo non hanno creato, e l’ha fatto dal nulla. Di più, l’ha fatto venendo da un’epoca (il 1996) in cui veniva data per spacciata.
A chi critica Apple dico sempre: cerca di vedere le cose nel suo complesso, e il tuo giudizio cambierà, ci vuole visione d’insieme. Un po’ come faccio con chi (magari musicista o appassionato serio, non da bar) dice che Ringo Starr non sapeva suonare la batteria. Cerca di vedere l’insieme, e capisci che altro che se era capace, eccome.
Non conosco altri casi comparabili, se ce ne sono vi prego ditemeli pure, che sono curioso.

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