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Meraviglia [Elio E Le Storie Tese, 13 febbraio 2010]

Ebbene, sabato sera sono andato a vedere il concerto di EELST all’Auditorium (parco della musica, gli scarafaggi insomma) di Roma.
Basterebbe questo per chiudere, ma probabilmente va anche detto che era in assoluto la prima volta per me ad un concerto degli Elii.
Ecco, davvero, mi fermerei qui, perché sono praticamente certo di non riuscire a trovare il modo più corretto per raccontare il livello qualitativo di quanto ho ascoltato sabato sera.
Partiamo col dire che non sono propriamente un fan di Elio. Non che non lo apprezzi, anzi, lo apprezzo moltissimo e apprezzo tutti loro moltissimo. Ma non sono una Fava, non sono uno di quelli che conosce tutti i pezzi a memoria, che li segue dal principio, che non ha mancato un disco. Ho, nella mia libreria di iTunes, una certa quantità di brani di Elio, quelli che preferisco tra quelli che conosco. Si tratta di 53 brani, alcuni di questi presi dal cd del cuggino (nello specifico Eat the Phikis, 3 brani), altri comprati su iTunes.
Il punto è che a parte il piacere e il divertimento nell’ascoltare la maggior parte di questi, ho sempre apprezzato in massima parte la qualità compositiva ed esecutiva delle loro canzoni. Ma questa non è in discussione: tutti sanno che gli Elii sono musicisti eccezionali, e non c’è nulla di più scontato nel ripeterlo.
Il punto è che non avrei mai immaginato fossero così eccezionali, tanto da sentirmi oggi completamente sereno nel dire che si trattava di uno dei migliori concerti che io abbia mai visto. Dai suoni, agli arrangiamenti, alle gag, all’esecuzione (ancora), alla scelta dei brani.
Appunto, sapevo di aver davanti dei grandi, ma non mi ero mai reso completamente conto (forse dai dischi la cosa esce meno) di quanto fossero eccezionali.
Mi rimane un solo dubbio, che è il punto che metto sempre in gioco quando parlo di EELST. La mia perplessità – ormai unica – in merito a questa band è se si tratti effettivamente della peggiore occasione persa per la musica italiana. Quasi una resa definitiva di fronte al fatto che musica di qualità, bella, colta, importante, pietra miliare, l’Italia non potesse produrne più, e che, sostanzialmente, l’unica possibilità per chi volesse suonare bene fosse imporre il proprio successo al grande pubblico tramite una sequela di brani che permettono di essere apprezzati dal più coglione dei coglioni (che ride per il burattino senza cazzo) e al grande appassionato di musica, a prescindere dal testo, o sapendo cogliere – nel testo – proprio il piacere di una goliardia anche colta.
Come se, insomma, EELST fosse la dimostrazione di questo punto, realizzata proprio attraverso questo contributo ad un genere minore (quello della musica demenziale) che rimane pure nei cuori di tutti noi, ma che – effettivamente – rischia di non essere presa sul serio fino in fondo, rischia di non rimanere.
Detto ciò proprio l’ultima fase della produzione di Elio in qualche modo porta, pur mantenendo lo stile che li rende unici, tematiche di una certa importanza e peso all’attenzione dell’ascoltatore, e quindi io stesso nell’elaborare e comporre questo ragionamento mi fermo di fronte al fatto che nonostante tutto brani come Parco Sempione o Storia di un Bellimbusto (per rimanere ai singoli), sebbene – se vogliamo – attraverso l’uso di macchiette, mi smentiscano.
Mi rimane però quel dubbio: se la band si fosse formata nel Regno Unito o negli Stati Uniti sarebbe stata la stessa cosa? Non so, perché poi effettivamente si vede che l’indole della band è di un certo tipo, e non è quella dei cazzoni e fine, ma è quella dell’affrontare le cose serie fuori dal palco, sebbene sempre con la dovuta ironia.
Molto spesso ottimi musicisti finiscono a fare musica demenziale (mi vengono in mente i Prophilax, romani come me, che suonavano – o suonano? ne ho perse le tracce in ogni senso – in modo impeccabile, tecnicamente perfetti, anche se con testi infarciti di bestemmie e goliardie, le cui cassette giravano a scuola in una forma di file sharing del tutto analogica), e ho sempre avuto il dubbio che ci fosse un problema di contenuti: suoni da dio, componi da dio, ma musica strumentale no, per cui ti inventi cazzate da metterci dentro.
Non lo so, non riesco a rispondermi, per il momento mi limito a continuare a bearmi del piacere del concerto di sabato, con per l’aria di quello che ha scoperto una grande cosa, e l’ha scoperto per ultimo.

Ultima annotazione: grazie a due chiacchere con il fonico di sala direi che si può dire definitivamente (mi fido, ecco) che in quell’auditorium la musica amplificata necessità di un gran lavoro e una buona dose di bravura da parte di chi si occupa dei suoni. Non è poco, visto che lo spazio – come ha precisato il fonico – è stato pensato per essere polifunzionale e non dedicato esclusivamente alla musica colta/acustica. Questo è ovviamente un problema, un danno, una cosa che dovrebbe far girare i coglioni alla grande, visto che poi chi ha tagliato il nastro di quell’opera (senza aver però dato avvio ai lavori) ci fa due palle così con il pop e la cultura popolare da almeno dieci anni.

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